sabato sera ho festeggiato un matrimonio.
prima che ci servissero l'aperitivo, il padre dello sposo, un vivace settantente amico di
Léo Ferré, mi ha detto nell'orecchio che sono "dotata di una bellezza non banale".
dopo il dolce, si è sentito di precisare che si trattava di bellezza "inconsueta e perversa".
andiamo benino, proprio.
Ieri sera, mentre consideravo che se dovessi fare l'amore con un commercialista subito dopo gli chiederei di parlarmi dell'iva, e del mondo delle fatture, che mi fa uscire di testa, ho pensato che chi dovesse amarmi, amerebbe anche un pezzetto di tutti quelli che ho amato io.
mi trovo a Marseille, bloccata dallo sciopero dei ferrovieri francesi e dai sabotatori delle linee del tgv.
un alone di sfiga mi circonda, e turbina e si solidifica in varie forme/episodi tra cui, a titolo d'esempio,
una perdita copiosa di sangue sullo sportello della biglietteria dal mio indice sinistro, magicamente guarito un paio di minuti dopo per darmi modo di passare per mentecatta agli occhi della farmacista a cui tento di spiegare di volere un cerotto (che orrore, non parlo francese!) e
una gamba infilata fino al polpaccio dentro un tombino pieno d'acqua - ovviamente diluvia e il vento tira delle raffiche mostruose e io ho solo questo paio di scarpe.
trovato un posto per la notte tutt'altro che economico - mi sono imbattutta anche in un hotel con un autentico, grosso, peloso topo morto all'ingresso, avuto un bagno caldo, ho modo di considerare che d'ora in avanti l'unico obiettivo che perseguirò con determinazione non sarà certo costruire una relazione armoniosa e profonda né un lavoro ricco di gartificazioni, bensì fare tanti, tanti tantissimi soldi.
ça suffit.
l'altra mattina mi sono svegliata diversa.
cambiata, dalla sera alla mattina.
non ho ancora capito se in peggio.
ma temo proprio di sì.
ieri sera, uscendo dalla stazione leopolda, ho trovato cinquanta euro sul marciapiede.
ieri mi sono innamorata un paio di volte.
prima una mano aperta a contare gli spicci sul palmo, al bar.
poi una figura incassata nelle spalle appoggiata ad un auto a parlare con il terzo piano, mentre passavo in motorino.
e infine un paio di occhiaie e uno sguardo fisso, uscendo dal fornaio.
neanche fosse primavera.
l'equilibrio non è un'opinione.
è una complessa operazione di mediazione tra enne fattori, alcuni ben conosciuti, altri poco, altri per niente.
è un complesso calcolo di probabilità, un gioco di variabili indipendenti, dipendenti, intervenineti.
è una gamma infinita di esperimenti più o meno ripetibili.
è sottoposto alle leggi della relatività, della quantistica, della gravità, dei campi.
è il prodotto anomalo del caso.
è un chiodo fisso, una necessità, un fine, un tema ricorrente, uno talento naturale, una gabbia, un'utopia.
è me, te, noi, loro.
è una lotta impari, un compito sproporzionato alle mie possibilità.
è lo specchio della meschinità dei miei desideri, della piccolezza della mia volontà, della fragilità del mio cuore.
è una questione di tempo, di esercizio, di concentrazione.
l'equilibrio non è un'opinione.
in fin dei conti è solo una questione di orecchio.
io, se trovassi il tempo di respirare, ci rinuncerei per aggiornare questo blog.
a trentanni non si va a fare la spesa, si mangiano uova sode a morsi e si beve latte avariato con sprezzo del pericolo.
a trentanni non si ha un uomo delle pulizie, e si conduce una vita dalle condizioni igieniche discutibili.
a trentanni si è ancora stagiste, si lavora a ritmi esagerati e si percepisce una facilitazione talmente misera che ancora sono in dubbio se ridere o piangere.
a trentanni non si hanno i mezzi per poter andare una vacanza né per farsi riparare le scarpe rotte.
se penso che quando ne contavo ventotto avevo uno stipendio che mi permetteva perfino di metter via i risparmi senza troppi sbattimenti, il tempo di preparare fantasiosi manicaretti, un uomo maniaco delle pulizie e provetto stiratore, vacanze in isolette sperdute e tutte le scarpe che potevo desiderare, allora sì, che a trentanni mi viene da piangere.